L’illusione di Frank e l’Olanda nerazzurra

184420261-f988c56d-f9cc-4d24-af49-8e673084f1bc
Immagine 1: Io ci ho creduto, Frank

Frank de Boer non è più l’allenatore dell’Inter.
Poco male, si potrebbe dire, morto un Papa se ne può subito fare un altro.
In fondo lo sapevo, questi allenatori da progetto pluriennale, un po’ esotici, quando mai hanno funzionato nella patria del resultadismo?
Com’è possibile programmare cinque, tre, due sessioni di mercato assieme ad uno staff tecnico se al secondo pareggio casalingo consecutivo il tuo lavoro è già messo in discussione?
Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, per descrivere la società contemporanea ha coniato il termine “modernità liquida”, intesa come mancanza di punti di riferimento e di perenne incertezza.
L’Inter è stata capace di anticipare questi concetti, attraverso annate di “progettualità liquida”, dove cambiavano gli allenatori, cambiavano i moduli ed i sistemi di gioco ma rimanevano come costanti i giocatori mediocri e l’incertezza nei confronti del futuro.
Eppure questa volta credevo fosse diverso, anzi no, non prendiamoci in giro, volevo fosse diverso.
Negli ultimi anni ero sempre riuscito a separare l’Inter dalle avanguardie presenti nel calcio europeo, o comunque da tutto ciò che prevedesse più di tre o quattro partite di rodaggio da effettuare sotto gli occhi del poco paziente pubblico di San Siro.
Eppure questa volta non ci sono riuscito.
La mia passione e curiosità verso il calcio olandese ha preso, forse irrazionalmente, il sopravvento.
Nel corso della storia dell’Inter vari calciatori olandesi hanno indossati i colori nerazzurri, con fortune alterne ma lasciando sempre un forte ricordo.
Anche se nessuno di loro può aver rappresentato un ciclo come invece accaduto al Milan di Rijkaard, Gullit e van Basten, l’Olanda si è tinta di nerazzurro per pochi ma non banali attimi.
Questa volta però, non si parlava più di singoli calciatori da inserire in un contesto, ma di un allenatore, il direttore d’orchestra che detta i tempi dello spartito.
La semplice idea di vedere seduto su quella panchina un olandese, erede legittimo di seconda o terza generazione della grande rivoluzione orange degli anni ’70 era di per sé uno stimolo notevole.
Un erede della tradizione olandese-catalana da poter associare indissolubilmente ai colori nerazzurri.
A tutto questo, andava sommata la carriera da giocatore di de Boer, trascorsa in larga parte tra Ajax e Barcellona: le due squadre legate indissolubilmente alla memoria di Johan Cruyff, uno dei personaggi che nel corso degli anni ho più cercato di approfondire e comprendere.
Diciamocela tutta, la tentazione di immaginare di poter crescere in casa una specie di incrocio tra Louis van Gaal (nome che qui sotto comparirà incredibilmente spesso) e Pep Guardiola era fortissima.
Ed io, naturalmente, ci sono cascato come un pollo.

La “Monna Lisa di Rotterdam”

Il primo legame tra la Milano nerazzurra, e più in generale tra l’Italia, e il paese dei tulipani ha origine ben prima degli anni ’70, più precisamente nel 1949.
All’epoca nell’Eredivisie non era ancora stato ammesso il calcio professionistico, perciò alcuni grandi talenti olandesi per poter guadagnare denaro e monetizzare il loro talento erano costretti ad emigrare in altri campionati europei.

wilkes_faas
Immagine 2: Faas Wilkes

“Bianco, slavato, magro, Wilkes somigliava a un mulino a vento, macinava gioco funambolico dando saggio di classe inimitabile con i suoi piedi enormi e vellutati.”
Così un grande interista come Danilo Sarugia descrive Servaas “Faas” Wilkes, la “Monna Lisa di Rotterdam”, primo calciatore olandese a militare nell’Inter e in Serie A, considerato da molti uno dei migliori dribblomani della storia del calcio. L’ex direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò ha dichiarato di non aver mai visto in vita sua qualcuno dribblare come Wilkes, paragonandolo a Sivori per quel fondamentale calcistico.
Cruyff lo celebrò come suo idolo giovanile, quasi rendendolo un protagonista ante litteram della rivoluzione culturale orange degli anni ’70.
Formava assieme ad Abe Lenstra e a Kees Rijvers quello che venne definito un “trio d’oro”.
Dei tre, solo Lenstra rimase in Olanda – all’Heerenveen – durante il periodo del dilettantismo.
Infatti Wilkes decise di trasferirsi all’Inter, mentre Rijvers se ne andò al Saint-Etienne in Francia.
La scelta di andarsene dall’Olanda per poter guadagnare non piacque alla federazione olandese che infatti escluse Wilkes dalla nazionale per quattro anni.
“Fu allora che capii che cosa può realizzare un olandese sul campo di calcio.” scrive Cruyff nella sua autobiografia.
Wilkes formava assieme a Nyers, – un apolide di origini ungheresi – Skoglund – uno svedese dallo stile di vita molto bohemien – e “veleno” Lorenzi – un toscano dai modi provocatori – un quartetto caratterizzato dall’abbondanza di genio e sregolatezza, il quale rappresentava pienamente la filosofia internazionale ed aristocratica che portò un gruppo di intellettuali ed artisti dissidenti del Milan a fondare il 9 marzo 1908 il Football Club Internazionale Milano.
Questo “tulipano volante” rimarrà all’Inter fino al 1952, incantando tifosi e addetti ai lavori ma senza riuscire a vincere alcun trofeo.
La squadra infatti pur regalando spettacolo non aveva la continuità e la solidità necessarie per vincere.
La partita simbolo di quel periodo, che rappresenta anche un convincente manifesto ideologico nerazzurro, è certamente il derby del 6 novembre 1949: Inter-Milan 6-5, dove l’Inter rimontò uno svantaggio di 1-4 al Milan del trio svedese composto da Gren, Nordahl e dal “barone” Liedholm, un trio celebre nella storia come Gre-No-Li.
Nella stagione 1952-1953 Wilkes passò al Torino e l’Inter decise di sostituirlo con Bruno Mazza, quello che si definirebbe un onesto gregario, un giocatore di quantità.
La squadra, affidata ad Alfredo Foni – difensivista convinto, uno dei primi in Italia ad utilizzare il cosiddetto catenaccio, che diventerà presto la principale caratteristica del calcio italiano – risultò meno spettacolare e quindi più lontana rispetto all’idea fondante del club, ma più solida e riuscì nell’impresa di vincere due scudetti consecutivi.
Foni portò la sua idea di calcio, che prevedeva attenzione tattica e grande difesa. Fu il primo allenatore a proporre l’idea di schierare un’ala tornante, che nell’Inter era rappresentata da Gino Armano.
Proprio come ogni storia romantica che si rispetti, il destino attese la cessione del nostro qui decantato eroe per poter celebrare la vittoria di un campionato che mancava ormai da 13 anni.
Ma ciò avvenne sacrificando il talento e l’imprevedibilità sull’altare del pragmatismo.
Anche in questo caso, il resultadismo spazzò via qualsiasi altro tipo di discorso.
Wilkes al Torino rimase infortunato per buona parte della stagione e riuscì a segnare un solo gol.
Contro l’Inter, naturalmente.

inter_1952-1953
Immagine 3: L’Inter di Foni, due volte campione d’Italia. Ahimè, senza Wilkes.

Dopo l’esperienza al Torino, Wilkes si trasferì al Valencia, per poi accettare l’offerta del VVV-Venlo – prima squadra olandese ad aprirsi e ad incentivare il professionismo – e tornare così in patria, ponendo così fine all’ostracismo nei confronti dei calciatori professionisti. L’economia di mercato entrò di prepotenza anche nell’Eredivisie, trovando il proprio culmine proprio in Cruyff, il primo calciatore-azienda della storia che finirà anche al centro di una diatriba tra le due marche di scarpe ed abbigliamento di Herzogenaurach: Adidas e Puma.
Il cerchio si era chiuso e l’Olanda era pronta per tuffarsi nel grande calcio europeo e mondiale.

La chiusura delle frontiere

La Storia con la S maiuscola non è mai lineare: è fatta di cicli, di passi in avanti e di salti all’indietro.
Perciò dopo Wilkes si dovette attendere quarant’anni per rivedere un altro giocatore olandese all’Inter.
Fu Alfredo Foni che contribuì all’allontanamento di Wilkes dall’Inter e, paradossalmente, contribuì anche alla chiusura delle frontiere – anche se indirettamente – che per quattordici anni impedì alle squadre italiane l’acquisto di calciatori stranieri.
Dopo la positiva esperienza nerazzurra, a Foni venne assegnata la panchina della nazionale, con il compito di qualificarsi per i mondiali di Svezia 1958.
La qualificazione venne clamorosamente  mancata – caso unico nella storia della nazionale, dopo la non partecipazione del 1930 – in seguito alla sconfitta contro l’Irlanda del Nord, passata alla storia come il “disastro di Belfast”.
Continuò così un periodo di crisi profonda per la nazionale che passò attraverso l’eliminazione al girone ai mondiali del 1962, in seguito alla sconfitta contro il Cile padrone di casa, partita passata alla storia come la “battaglia di Santiago”.

coreaitalia66
Immagine 4: Pak Doo-Ik infila Albertosi e chiude virtualmente le frontiere

Si arrivò cosi al mondiale inglese del 1966, dove a Middlesbrough l’Italia di Fabbri subì forse la più grande umiliazione della sua storia perdendo contro la Corea del Nord grazie ad un gol del “dentista” Pak Doo-Ik. In realtà, pur avendo l’abilitazione non esercitò mai la professione, preferendo divientare un professore di ginnastica.
Ma per tutti rimarrà sempre il gol del dentista.
Perciò, dopo il terzo fallimento consecutivo, la federazione italiana decise per la chiusura delle frontiere, che durerà sino al 1980.
Proprio durante il periodo di chiusura forzata, mister Rinus Michels portò all’Ajax di Cruyff, Neeskens, Muhren e Rep, con l’aggiunta in nazionale di van Hanegem del Feyenoord, la sua rivoluzionaria visione del gioco, che sarà presto nota al mondo come calcio totale (totaalvoetbal).
Anche l’Inter ne fece le spese, quando al termine di una grande cavalcata europea in Coppa dei Campioni, il 31 maggio 1972 dovette arrendersi in finale a Rotterdam al grande Ajax, allenato da Ștefan Kovács, successore di Michels, troppo superiore alla squadra nerazzurra.
Quella spedizione europea dell’Inter è passata alla storia soprattutto grazie alla celebre “partita della lattina” (büchsenwurfspiel) contro il Borussia Mönchengladbach, vinta anche per merito di una leggendaria arringa difensiva dell’avvocato Peppino Prisco, che riuscì a far cancellare il risultato di 7-1 maturato sul campo, dimostrando l’esistenza di una responsabilità oggettiva in capo alla società per il comportamento dei suoi tifosi (una lattina lanciata dagli spaltì da un tifoso tedesco colpì Boninsegna) ed ottenendo così la ripetizione del match.
Nell’estate del 1980 vennero riaperte le frontiere, così le squadre italiane poterono acquistare nuovamente calciatori stranieri.
Il primo calciatore straniero acquistato dall’Inter dopo la riapertura fu l’austriaco Herbert Prohaska, il quale successivamente divenne uno dei protagonisti della vittoria dello scudetto da parte della Roma nel 1983.

1e5cff0e47a39e2fc8b01df2f56c78b3
Immagine 5: Prohaska con la maglia dell’Inter

Dopo Prohaska, l’interesse dell’Inter negli anni ’80 si focalizzò sulla Germania, da dove vennero acquistate vere e proprie leggende del calibro di: Karl-Heinz Rummenigge, Lothar Mattahus, – pallone d’oro nel 1990 – Andy Breheme fino ad arrivare a Jürgen Klinsmann.
Verso la fine degli anni ’80, mentre l’Inter aveva spostato il suo centro di interessi verso la Germania, l’Olanda si era legata in maniera simbiotica all’altra sponda del Naviglio, il Milan di Silvio Berlusconi.
La squadra allenata prima da Sacchi e poi da Capello, infatti, dominava nel mondo grazie al trio orange Rijkaard, Gullit e Van Basten, dominio interrotto prematuramente per colpa delle fragili caviglie di Marco Van Basten, uno dei migliori giocatori della storia del calcio e più volte pallone d’oro.
Perciò, verso la prima metà degli anni ’90, il trio milanista stava per lasciare spazio al genio balcanico di Boban e Savicevic, protagonisti nella finale di Atene del 1994 della Champions League, stravinta dal Milan contro il Barcellona allenato proprio da Johann Cruyff e guidato in campo da Pep Guardiola.

Jonk e Bergkamp: luci ed ombre

Così, all’inizio degli anni ’90 il presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini, anche come segno di risposta nei confronti del Milan, decise di spostare la rotta verso l’Olanda, acquistando due dei più grandi talenti dell’Ajax dell’epoca: Dennis Bergkamp e Wim Jonk.
La coppia rimase in nerazzurro per due stagioni, tra alti e bassi.
La prima stagione cominciò con Osvaldo Bagnoli in panchina – allenatore dell’Hellas Verona che vinse lo scudetto e reduce da una buona stagione alla guida dell’Inter l’annata precedente – ma dopo un promettente inizio venne esonerato in seguito ad una sconfitta interna contro la Lazio. Al suo posto l’Inter chiamò l’allenatore della primavera Marini (mossa che venne ripetuta altre volte, ad esempio con Verdelli, Stramaccioni e recentemente proprio con Vecchi, il temporaneo sostituto di Frank de Boer) che condusse l’Inter ad un campionato mediocre, ai limiti della zona retrocessione, riuscendo però a raggiungere la finale di Coppa Uefa, vinta contro il Casinò Salisburgo.
Bergkamp risultò anche il capocannoniere della competizione realizzando 8 gol in 11 partite, mentre Jonk portò alla causa nerazzurra un bottino di 5 reti in Europa, spesso decisive.

inter_coppa_uefa_1994_bergkamp_e_jonk
Immagine 6: Bergkamp e Jonk con la Coppa Uefa

Al termine della stagione 1994-1995, anonima sotto tutti i punti di vista, le strade dell’Inter, guidata da Ottavio Bianchi, e di Bergkamp e Jonk si separarono.
Il bilancio di Jonk e Bergkamp in nerazzurro è controverso.
Bergkamp divenne celebre anche per la citazione nella rubrica della trasmissione “Mai dire gol” chiamata “Fenomeni parastatali”, sicuramente divertente ma forse un po’ esagerata: sicuramente ci si aspettava di più dal talento olandese, ma non fu proprio un bidone.
Tante aspettative, una squadra di supporto deludente e molti picchi negativi, ma la Coppa Uefa del 1994 resta comunque il momento più alto di quell’Inter post Trapattoni e pre Moratti, un periodo di interregno magro di soddisfazioni.
Jonk ritornò in Olanda al PSV Eindhoven, mentre Bergkamp accettò l’offerta dell’Arsenal, dove riuscì ad imporsi e a diventare una leggenda del club sotto la guida di Arsène Wenger ed assieme a giocatori come Henry e Vieira.
Fecero tutti parte della squadre degli “invincibili”, che nella stagione 2003-2004 non perse neppure una gara di Premier league e trionfò da imbattuta in campionato.
La classe parzialmente inespressa di Bergkamp trovò dimora a Londra, dove realizzò una serie di gol straordinari.
Ad Highbury, un giorno di inizio marzo del 2002, Bergkamp realizzò contro il Newcastle una rete contro ogni legge della fisica, citata da molte classifiche tra i gol più belli degli ultimi anni.
Purtroppo non con la maglia dell’Inter.
In seguito, Jonk e Bergkamp si unirono allo staff tecnico dell’Ajax, dove Johan Cruyff era entrato a far parte del collegio sindacale e Frank de Boer stava cominciando la sua carriera di allenatore.
Due ex interisti e il più forte calciatore europeo di sempre, che aveva come idolo un ex calciatore dell’Inter, collaboravano a stretto contatto con il futuro allenatore dell’Inter.
E non era finita qui.
Una delle grandi battaglie di Cruyff riguardò la procedura per ottenere il patentino di allenatore.
Fino a non molti anni fa la federazione olandese pretendeva una serie di corsi ed esami teorici della lunghezza compresa tra i cinque ed i sei anni, capaci di scoraggiare molti ex giocatori e di incoraggiare gente che non aveva mai visto un campo da calcio in vita sua.
Grazie ad un logoramento durato anni, la battaglia di Cruyff porto alla modifica di questa regola, con l’appoggio di Guus Hiddink, all’epoca allenatore della nazionale.
La creazione di un corso abbreviato consentì ad alcuni grandi ex giocatori di ottenere il patentino, primi su tutti Ronald Koeman e Frank Rijkaard.
In seguito altri due grandi ex giocatori poterono usufruire di tali modifiche: Philip Cocu e – rullo di tamburi – proprio Frank de Boer.
Come poteva non esserci un filo conduttore?
Nel corso del 2011, l’Ajax nominò van Gaal direttore tecnico all’insaputa di Cruyff, che fece ricorso chiedendo l’annullamento della nomina con il supporto di Jonk, Bergkamp e di altri ex giocatori dell’Ajax nel direttivo.
Nel febbraio 2012 il giudice dichiarò illegittima la nomina di van Gaal, alimentando uno scontro tra visioni diverse tuttora in corso all’interno della società di Amsterdam.

Aaron Winter: il nomen omen e la maledizione dei rigori

Gli anni ’90 regalarono un’altra Coppa Uefa all’Inter nel 1998, che ebbe come uno dei suoi protagonisti Aaron Winter, il nomen omen della storia.
Winter fu uno dei primi colpi di Moratti nel 1996, acquistato dalla Lazio ma proveniente dal sempre florente settore giovanile dell’Ajax.
Fu il primo olandese proveniente dalla ex colonia del Suriname ad approdare all’Inter e sarà seguito qualche anno dopo da Clarence Seedorf, su cui mi limiterò a citare un nome – Francesco Coco – per evitare di ricordare storie che potrebbero risultare troppo dolorose e da Edgar Davids, un autentico mastino alla Juventus ma giunto all’Inter in palese stato di declino fisico e subito panchinato dall’esplosione del “cuchu” Esteban Cambiasso.
David Winner nel suo libro Brilliant orange, li definì come the boys from Paramaribo, intesa come la capitale del Suriname, luogo di provenienza di quasi tutti gli olandesi di colore.

inter_uefa_98_getty_1
Immagine 7: Winter, Zè Elias, Ronaldo, Zamorano, Bergomi e Fresi con la Coppa Uefa

Aaron Winter disputò tre buone stagioni all’Inter, culminate con la conquista della Coppa Uefa nella finale di Parigi, contro proprio la sua ex squadra, la Lazio.
Ma quella non fu l’unica finale di Coppa Uefa disputata da Winter, l’anno precedente infatti l’Inter approdò in finale contro i tedeschi dello Schalke 04, persa ai calci di rigore.
Uno degli errori decisivi fu proprio di Winter.
Proprio i calci di rigore falliti rappresentano uno dei miei primi ricordi di Frank de Boer, capitano dell’Olanda alla fine degli anni ’90 ed all’inizio degli anni 2000.
L’Olanda raggiunse la semifinale sia ai mondiali di Francia 98, sia agli europei di Belgio e Olanda 2000, entrambe perse ai calci di rigore.

13876411_10209618263123818_361779790289735743_n
Immagine 8: Frank de Boer e i calci di rigore

Nel 1998 l’errore decisivo contro il Brasile fu di suo fratello gemello Ronald, mentre nel 2000 Frank contribuì a rendere eroe per una sera – o forse per sempre – Francesco Toldo, facendosi parare due calci di rigore.
I gemelli de Boer raggiunsero anche una finale di Champions League con l’Ajax, allenato dal solito Louis van Gaal, nel 1996 contro la Juvenutus, terminata ai calci di rigore.
L’Ajax perse, ma quella volta non sbagliò nessuno dei fratelli.
Erano già stati sostituiti.

Nel giugno del 2003 Aaron Winter diede il suo addio al calcio attraverso un evento molto particolare.
Grazie ad un’idea di Frank Rijkaard, il ritiro di Winter divenne il pretesto per compiere uno dei progetti teorizzati da Cruyff e dalla sua fondazione: giocare una partita di calcio all’interno di un teatro.
il Concertgebouw di Amsterdam venne ricoperto da un manto di erba sintetica, dove si sfidarono nell’ordine: Ajax 1987 (dove Cruyff fece esordire Winter in prima squadra) contro Olanda campione d’Europa 1988, Lazio contro Inter (le due squadre italiane di Winter) ed infine l’Ajax di van Gaal contro una selezione di calciatori che giocavano in camicie nere e papillon, denominata Black ties.

El hombre vertical, il 4-4-2 e quella notte di Highbury

Nell’estate del 2001 all’Inter giunse un allenatore argentino sulla cresta dell’onda, ma considerato molto sfortunato (e continuerà ad esserlo anche all’Inter…).
El hombre vertical Héctor Raúl Cúper, capace di raggiungere tre finali europee: una di Coppa delle Coppe con il Maiorca e due di Champions League con il Valencia.
E di perderle tutte e tre.
Dopo due stagioni contraddittorie, dove l’Inter riuscì ad esprimersi ad altri livelli ma a perdere in modo clamoroso e grottesco campionati e coppe, in continuità con la sfortunata parabola di Cúper, il rapporto tra il presidente Massimo Moratti e l’allenatore argentino si incrinò, senza arrivare però all’esonero.
L’idea di gioco di Cúper si fondava su un 4-4-2 solido e poco spettacolare, dove svolgevano un ruolo fondamentale i due esterni di centrocampo.
Proprio gli esterni di centrocampo rappresentarono il principale tormentone di quelle estati di calciomercato.
Il primo anno arrivarono: il portoghese Sérgio Conceição, il turco Okan Buruk e l’argentino Andrés Guglielminpietro detto Guly.

ea98816bd66eae4881c1bd5acea0f24b
Immagine 9: Seedorf dopo i gol alla Juventus, quando ancora ricordava Bob Marley

Occupava la posizione di esterno sinistro anche Stephane Dalmat, acquistato il mercato invernale precedente, un estrosissimo centrocampista francese, tecnicamente fenomenale, ma spesso inadatto ad uno sport che prevede l’utilizzo di un solo pallone.
Durante la gestione di Cúper anche Clarence Seedorf – voluto qualche anno prima da Marcello Lippi –  spesso venne adattato ad esterno sinistro, snaturandone in parte il gioco e non esaltando le grandi qualità che avrebbe mostrato nell’altra sponda del naviglio.
Anche el chino Álvaro Recoba venne a volte schierato in quella posizione.
Per la seconda stagione, il pacchetto degli esterni subì la perdita di Clarence Seedorf, scambiato con il Milan per acquistare Francesco Coco (non piango, non piango…), rimpiazzato da un altro estrosissimo mancino, trequartista e spesso schierato da esterno, acquistato a parametro zero: Domenico Morfeo.
Nonostante qui non si voglia approfondire troppo la dolorosa vicenda dello scambio di Clarence Seedorf, ricordiamo il suo più grande momento di gloria in nerazzuro: la doppietta contro la Juventus del 2002. Sarebbero potuti essere i gol dello scudetto, ma anche qui è meglio non approfondire troppo.
Si arrivò così al terzo anno, quando Moratti, pur non essendo più troppo convinto dal tecnico argentino, deise di accontentarlo acquistando due ali purissime: il suo pupillo ai tempi del Valencia Kily González, e il grande talento olandese proveniente dall’Ajax Andy van der Meyde.

goeie-genade-andy
Immagine 10: la tipica esultanza di van der Meyde, l’arciere

La squadra non partì benissimo, anche se in quel periodo ci fu forse la più bella gara dell’era Cúper: il 3-0 in Champions League ad Highbury contro l’Arsenal degli “invincibili” del grande ex Dennis Bergkamp.
In questa partita ci fu uno dei due picchi di van der Meyde, quando realizzo una rete incredibile grazie ad una sberla al volo di destro.
Ma dopo un deludente pareggio, el hombre vertical venne esonerato, sostituito temporaneamente dall’allenatore della primavera – grande classico – Corrado Verdelli e poi da Alberto Zaccheroni.

INTER MILAN'S THREE GOAL SCORERS  MARTINS CRUZ AND VAN DER MEYDE CELEBRATE DURING THEIR MATCH AGAINST ARSENAL AT HIGHBURY IN LONDON
Immagine 11: la rete ad Highbury

La stagione 2003-2004 fu un grosso fallimento, l’Inter uscì ai gironi di Champions League, subendo la vendetta dell’Arsenal che a San Siro impose un pesante 1-5 e in campionato riuscì a qualificarsi per il preliminare di Champions League all’ultima giornata.
L’annata van der Meyde fu deludente, pochi picchi e molte ombre.

Venne riconfermato però per la stagione successiva, quando all’Inter si insediò un giovane tecnico di Jesi, Roberto Mancini.
La squadra continuava a giocare con un classico 4-4-2, ma grazie all’acquisto de la brujita Juan Sebastián Verón come centrale di centrocampo la squadra risultava molto più spettacolare, ma la difesa subì molti gol.
Proprio questa mancanza di solidità fece stabilire all’Inter il record di pareggi in una stagione: 18, un’enormità.
In quella squadra era prevista la presenza di due olandesi: Edgar Davids ed Andy van der Meyde.
Ma Davids, soprannominato pitbull da Louis van Gaal, giunse all’Inter nella fase calante della sua carriera e non riuscì ad esprimere tutto il suo celebre dinamismo.

davids-inter-610x400
Immagine 12: il poco rimpianto Davids

Come segnalato precedentemente, venne presto panchinato da un giovane argentino, proveniente dal Real Madrid, che farà la storia della squadra nerazzurra: el chucu Esteban Matías Cambiasso.
Anche van der Meyde non riuscì ad affermarsi, giocando un’altra stagione deludente con un solo grande picco, il suo secondo in maglia nerazzurra: la rete contro il Valencia in una grande vittoria dell’Inter per 5-1 al Mestalla.
Anche Edgar Davids entrerà successivamente nello staff dell’Ajax, come Jonk e Bergkamp e anche lui parteciperà alla guerra intestina al club culminata con la nomina di van Gaal a direttore tecnico.
Invece il nome di van der Meyde è tornato qualche anno fa alle luci della ribalta dopo l’uscita della sua autobiografia intitolata “Geen genade“, – in italiano, “Nessuna pietà” – in cui ha raccontato tutti i suoi eccessi tra “Sesso, cammelli, coca e rum”.
Al termine della stagione 2004-2005, dove l’Inter riuscì almeno a vincere la Coppa Italia, Davids e van der Meyde vennero ceduti, senza grossi rimpianti.
Al contrario di Clarence Seedorf, un nome che dalle parti di Appiano Gentile provoca ancora tentativi di suicidio.

Un aereo in direzione Stoccarda

A questo punto i contatti tra Inter e Olanda, dopo la fallimentare esperienza di Edgar Davids – l’ultimi dei boys from Paramaribo e anche il meno rimpianto – rischiano di cessare.
Nella seconda metà degli anni ’00 l’Inter di Mancini e del primo Mourinho virano sulla fisicità e privilegiano il rapporto diretto con il Sud America, l’Argentina in particolare, tanto da denominare lo zoccolo duro dello spogliatoio come “clan dell’asado”.
Ma a questa macchina da scudetti mancava sempre qualcosa per poter fare la differenza in Champions League e anche Josè Mourinho se n’era reso conto.
Nell’estate del 2009 l’Inter acquistò Milito, Thiago Motta e Lucio, prima di procedere con uno scambio di dimensioni epocali.
Il Barcellona di Pep Guardiola era giunto ad offrire 40 milioni più il cartellino di Samuel Eto’o ed il prestito di Hleb per acquistare Zlatan Ibrahimovic.
L’affare era fatto, i due club erano d’accordo su tutto, ma improvvisamente Hleb cambiò idea.
Decide di accettare l’offerta dello Stoccarda in circostanze misteriose. Lui stesso successivamente avrebbe dichiarato di aver ricevuto mentre era in viaggio verso Stoccarda la telefonata di Mourinho, cedendo alla corte del club nerazzurro.
Ma una volta sceso dall’aereo non ebbe il coraggio di dire di no ai tifosi tedeschi in delirio giunti ad attenderlo all’aereoporto.

alexander-hleb_1453320c
Immagine 13: Hleb presentato dallo Stoccarda

“Non ho potuto dire di no, e ho messo la firma sul più grande errore della mia carriera.”
Potrebbe venire la tentazione di chiedersi: ma cosa c’entrano le vicissitudini di un trequartista bielorusso, mai sbarcato a Milano, in questa storia?
Eppure l’improvviso rifiuto di Hleb rappresenta la sliding door che costringerà l’Inter a dover cercare un altro trequartista per completare la rosa.

Nel giugno 2009, il Real Madrid tornò nelle mani di Florentino Perez che decise di riportare la squadra spagnola a seguire la linea galacticos, acquistando a peso d’oro due tra i migliori calciatori al mondo: Cristiano Ronaldo e Kakà.
Allo stesso tempo dovette svendere i calciatori acquistati dalla gestione precedente.
il Bayern Monaco si assicurò così a prezzo di saldo Arjen Robben, mentre l’Inter riuscì ad acquistare il tanto agognato trequartista.
Il 28 agosto 2009, dopo una lunga trattativa, infatti l’Inter strappò al Real Madrid Wesley Sneijder – trequartista e mezzala olandese di scuola Ajax, molto dotato tecnicamente ma reduce da un periodo poco fortunato in Spagna –  e lo catapultò subito in campo il giorno successivo, quando era in programma il derby contro il Milan.
L’impatto fu subito devastante, l’Inter dominò clamorosamente il derby, che fini 4-0, mettendo il primo mattone verso la conquista del triplete.
Ma risulta sicuramente più interessante il cammino in Champions League.
In semifinale l’Inter si ritrovò di fronte il Barcellona, squadra considerata da tutti la più forte del mondo e creatura nata dalle intuizioni di Cruyff e dalla filosofia di gioco del suo figlioccio catalano Pep Guardiola, da poco tempo diventato allenatore e già capace di conquistare tutti i trofei a disposizione.
Dopo una magistrale gara terminata 3-1 per l’Inter a San San Siro, al ritorno la squadra nerazzurra dovette resistere all’assedio più di un’ora in dieci uomini, per l’espulsione di uno degli ex della partita – Thiago Motta -, e grazie alla dolce sconfitta per 1-0 si qualificò per la finale di Madrid.

3488f07300000578-3777743-image-a-2_1473248317565
Immagine 14: Ibrahimovic, Guardiola e Mourinho dopo l’espulsione di Thaigo Motta

Oltre a Thiago Motta, gli altri ex erano ovviamente Ibrahimovic ed Eto’o – scambiatisi di posto giusto l’estate precedente – e Maxwell.
Ma soprattutto Josè Mourinho, arrivato al Barcellona come traduttore di Bobby Robson – successore di Cruyff sulla panchina del Barcellona – e rimasto anche l’anno successivo, quando in Catalogna si insediò Louis van Gaal.
Il leader in campo di quel Barcellona era proprio Pep Guardiola.
L’episodio più celebre avviene al termine di una partita a Bilbao, in cui Guardiola dovette separare Mourinho da una folla inferocita di giocatori baschi.
Tra i giocatori baschi era presente anche Aitor Karanka, futuro vice di Mourinho al Real Madrid l’anno successivo, quando Mourinho e Guardiola arriveranno al culmine della loro rivalità nell’aprile 2011, in cui Real Madrid e Barcellona arriveranno a sfidarsi quattro volte in quattordici giorni.

1386829
Immagine 15: Sneijder con la Champions League

La finale di Champions League si disputò allo stadio Bernabeu di Madrid tra l’Inter di Mourinho e il Bayern Monaco di Arjen Robben e di Louis van Gaal, ormai una nostra vecchia conoscenza.
Vinse l’Inter 2-0 con doppietta di Milito, ma entrambe le azioni dei gol nacquero dalle geometrie di Sneijder, autore di una partita fenomenale.
A questo punto è necessario un passo indietro: la maledizione dei rigori dell’Olanda. Credevate fosse finita vero?
I rigori continuarono ad essere indigesti sia per l’Olanda e sia per van Gaal, che nel frattempo, dopo aver lasciato il Bayern Monaco e dopo le controversie relative al suo ruolo di direttore tecnico all’Ajax, aveva ricevuto l’incarico di guidare la nazionale per i mondiali del Brasile nel 2014.
In semifinale contro l’Argentina si arrivò ovviamente ai calci di rigore.
Sbagliò Wesley Sneijder, che continuò così a regalare dispiaceri a van Gaal.
Globalmente, la nazionale olandese si è giocata una gara ad eliminazione diretta di una fase finale di un europeo o di un mondiale ai calci di rigore per sette volte.
Ha perso in sei occasioni.

Il legame che collega il viaggio in aereo di Hleb verso Stoccarda, il ritorno di Florentino Perez al Real Madrid ed il triplete dell’Inter 2009-2010 non è spiegabile in termini di causa-effetto.
Lo psicanalista Carl Gustav Jung parlerebbe di sincronicità, un “principio di nessi acausali” che condividono una comunanza di significato.
O molto più volgarmente: una gran botta di culo.

Pacatissime conclusioni

Possiamo considerare l’approdo di Wesley Sneijder, con la conseguente vittoria della Champions League, come il punto più alto del contributo dato dal paese dei tulipani e dei mulini a vento alla causa nerazzurra.
Contributo che nel corso della storia è stato sicuramente limitato, ma che ha vissuto dei specifici e sostanziali momenti molto significativi..
Certo, la classe di Wilkes, la coppia Jonk-Bergkamp, il contributo di Winter, il rimpianto di Seedorf, i poco rimpanti van der Meyde e Davids ed i trionfi di Wesley Sneijder sono poca cosa se rapportati alla storia di un club ultracentenario per poter vantare una sorta di legame speciale tra l’Inter e l’Olanda, ma sono a sufficienza per poter fungere da precedenti e per poter sognare in qualche proficua collaborazione futura.
Per poter soddisfare pienamente dei fanatici utopisti come il sottoscritto.
Questa collaborazione sarebbe potuta essere la prima guida tecnica olandese in capo all’Inter, per poter godere non solo di singole personalità legate al mondo orange, ma di un vero e proprio progetto globale che potesse risultare, almeno in qualche modo, influenzato dalla rivoluzione del totaalvoetbal e dalla sua mistica.
Con questa mia personalissima e sfacciatamente utopistica interpretazione dei fatti e dichiarazione d’intenti ho vissuto la scelta di Frank de Boer come allenatore dell’Inter: allenatore considerato molto vicino a van Gaal come idee su pressing e fase difensiva, ma con il gusto per il gioco di posizione tipico della filosofia di Cruyff, il tutto adattato alla realtà difensivista e tatticista del calcio italiano.
Una rivoluzione capace di trasformare una squadra dal dna contropiedista degli ultimi periodi, ad una squadra capace di orchestrare un piacevole possesso palla prolungato.
Le premesse per un bel progetto pluriennale ci sarebbero state.
Se non stessimo parlando dell’Inter.
Per questo motivo, la delusione per il suo esonero è stata di molto superiore al normale, –  e di esoneri all’Inter ne ho visti parecchi – quasi come fosse la pietra tombale nei confronti di qualsiasi velleità di progetto, che deve sempre scontrarsi con la realpolitik dei risultati immediati.
Frank de Boer non è più l’allenatore dell’Inter e spero che questa fiumana di parole mi sia almeno servita a metabolizzare la cosa e a chiudere definitivamente questa parentesi, in attesa che la Storia con la S maiuscola non possa un giorno permetterci di scrivere nuove pagine.

pioli-inter-allenamento-foto-inter-it2-750x450
Immagine 16: Dai Stefano, cazzo!

Per concludere, non mi resta che augurare buon lavoro al nuovo allenatore Stefano Pioli, – che si è già dichiarato grande tifoso interista, ciò è sempre cosa buona e giusta – sperando che possa raggiungere grandi risultati.
Perché, alla fine, prima di tutto c’è solo l’Inter.


Curiosità

  1. In realtà manca un olandese all’appello, l’attaccante Luc Castaignos che nella stagione 2011/2012 ha totalizzato 6 presenze e 1 gol. Ebbe il suo momento di gloria una domenica pomeriggio a Siena, quando risolse una partita al 90esimo regalando una piccola gioia a mister Claudio Ranieri.
  2. Il gruppo ska austriaco SkaBucks ha dedicato una canzone a Robert Prohaska. Perciò “If you love this game too, kick it like Prohaska baby!”
  3. L’epoca degli scambi con il Milan fu certamente tragica. Lo scambio Seedorf-Coco è tristemente vero,  ma va ricordato che la leggenda dello scambio Pirlo-Guly è falsa. Guly venne scambiato con Brocchi (non esattamente la stessa cosa…) mentre Pirlo fu ceduto al Milan per una cifra vicina ai 35 milardi di lire. Non fu certo una mossa astuta, con il senno di poi, ma non va buttata nel calderone degli scambi grotteschi.
  4. L’esordio da allenatore di Frank de Boer fu proprio a San Siro l’8 dicembre 2010, quando il suo Ajax riuscì a battere il Milan per 2-0. Sembrava un altro segno eh?
  5. Uno dei punti più bassi raggiunti dall’Inter del nuovo millenio fu l’eliminazione in Coppa Uefa subita contro un modesto Deportivo Alavés. Al ritorno a San Siro per i baschi segnò anche Jordi Cruyff, il figlio di Johan. Non esattamente un calciatore ai livelli di suo padre…
  6. Il Casinò Salisburgo, battuto dall’Inter in finale di Coppa Uefa nel 1994, è stato acquistato dalla Red Bull nel 2005 ed ha cambiato denominazione in Fussballclub Red Bull Salzburg. Da quel momento ha cominciato a dominare il campionato austriaco.
  7. Arjen Robben e Wesley Sneijder, oltre alla semifinale del 2014 contro l’Argentina, giocarono assieme per l’Olanda la finale dei mondiali 2010 contro la Spagna. Stavolta si fermarono ai supplementari, ma un gol di Iniesta regalò l’ennesima delusione mondiale al popolo tulipano.
  8. La rivalità tra Pep Guardiola e Josè Mourinho continua adesso in Inghilterra, più precisamente a Manchester, dove entrambi si sono accasati accettando le offerte di City e United.
  9. Il Real Madrid prececedente al ritorno di Florentino Perez, nel periodo tra il 2006 ed il 2009, aveva intrapreso una forte campagna di “olandesizzazione”. Oltre a Robben e Sneijder arrivarono infatti: van Nistelrooy, van der Vaart, Drenthe e Huntelaar.
  10. La grande scuola dell’Ajax non ha lanciato nel grande calcio solo giocatori olandesi. Nel corso degli anni infatti all’Inter passarono diversi ex “ajacidi” di varie nazionalità, come: Chivu, Maxwell e Ibrahimovic.
  11. Nell’epoca delle ali di Cúper, l’Inter acquistò anche un esterno destro senegalese, autore di un grande mondiale nel 2002, in coppia con El-Hadji Diouf, che venne acquistato dal Liverpool . Ma purtroppo Khalilou Fadiga non superò le visite mediche a causa di un problema cardiaco, lasciando sul suo nome un enorme punto interrogativo.

Fonti

Zygmunt Bauman – Modernità liquida (Editori Laterza, 2000)
Paolo Condò – Duellanti (Baldini&Castoldi, 2016)
Johan Cruyff – La mia rivoluzione. L’autobiografia (Bompiani, 2016)
John Foot – Calcio (1898 – 2010). Storia dello sport che ha fatto l’Italia (Bur saggi, 2010)
Danilo Sarugia – Grande Inter. La leggendaria squadra di Moratti e Herrera (Sperling, 2007)
David Winner – Brilliant orange. The neurotic genius of Dutch soccer (Bloomsbury Publishing PLC, 2001 aggiornato al 2010)
La grande storia dell’Inter – Meazza e Angelillo: i signori del gol (DVD n.1) (Gazzetta dello Sport e Rai Trade, 2005)
La grande storia dell’Inter – Altobelli-Beccalossi: gol e poesia (DVD n. 6) (Gazzetta dello Sport e Rai Trade, 2005)
La grande storia dell’Inter – Bergkamp-Jonk: tulipani in coppia (DVD n. 9) (Gazzetta dello Sport e Rai Trade, 2005)
Chris Holter – La storia del VVV Venlo: i pionieri del calcio professionistico in Olanda (calcioolandese.blogspot.it, 2016)
Fabrizio Gabrielli – Hleb contro se stesso (ultimouomo.com, 2015)

Immagini

1. fonte: repubblica.it
2. fonte: storiedicalcio.altervista.org
3. fonte: calcioromantico.com (“L’Inter di Foni e lo “scandaloso” catenaccio”)
4. fonte: pianetasport.net
5. fonte: pinterest.com/daniel118
6. fonte: it.wikipedia.org
7. fonte: sport.sky.it
8. fonte: fotolog.com
9. fonte: it.pinterest.com/pin
10. fonte: gazzetta.it
11. fonte: maidirecalcio.com
12. fonte: inter-news.it
13. fonte: telegraph.co.uk
14. fonte: dailymail.co.uk (Cordon/Pa images)
15. fonte: dnaindia.com
16. fonte: calciomercato.com


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...